come funziona la flat tax per i neo-residenti
Popstar, calciatori e grandi patrimoni: perché l’Italia piace a chi ha redditi all’estero
Dalle copertine alla residenza fiscale
Milano non è più solo la capitale della moda e del design. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, diversi personaggi famosi a livello internazionale avrebbero scelto, o starebbero valutando, di spostare la propria residenza fiscale in Italia. Tra loro c’è la popstar Dua Lipa, e il capoluogo lombardo è la destinazione preferita. Accanto al fascino della città, alla qualità della vita e alla posizione al centro dell’Europa, c’è un motivo meno glamour ma molto concreto: un regime fiscale pensato proprio per attirare chi ha grandi patrimoni e redditi prodotti all’estero.
È la cosiddetta “flat tax per i neo-residenti”, prevista dall’art. 24-bis del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR). Vediamo come funziona.
Che cos’è la flat tax per i neo-residenti
Il regime è stato introdotto dalla Legge di Bilancio 2017 (L. 232/2016). L’idea è semplice. Chi trasferisce la residenza fiscale in Italia può scegliere di pagare, sui redditi prodotti all’estero, un’imposta sostitutiva forfettaria: una cifra fissa all’anno, a prescindere da quanto guadagna fuori dai confini nazionali.
“Sostitutiva” significa che questa somma prende il posto dell’IRPEF ordinaria, con le relative addizionali, che si pagherebbe su quei redditi. “Forfettaria” significa che l’importo non dipende dall’ammontare del reddito. Chi incassa all’estero 2 milioni o 50 milioni paga la stessa cifra.
All’origine l’imposta era di € 100.000 annui. Il legislatore l’ha poi aumentata due volte:
- € 200.000 per chi ha trasferito la residenza dopo il 10 agosto 2024 (Legge di Bilancio 2025);
- la Legge di bilancio 2026 ha elevato a € 300.000 euro l’importo dell’imposta sostitutiva sui redditi prodotti all’estero da chi si trasferisce in Italia e a € 50.000 l’importo dell’imposta dovuta da ciascuno dei familiari cui sono stati estesi gli effetti dell’opzione. La novità si applica alle persone fisiche che spostano la residenza fiscale nel territorio dello Stato a partire dal 1° gennaio 2026, data di entrata in vigore della disposizione
Chi aveva già aderito con le regole precedenti mantiene, in linea generale, l’importo in vigore al momento dell’opzione.
Chi può accedervi
Il regime riguarda le persone fisiche che trasferiscono la residenza fiscale in Italia e che non sono state fiscalmente residenti in Italia per almeno 9 dei 10 periodi d’imposta precedenti. Non conta la cittadinanza: può accedervi anche un italiano che vive all’estero da molti anni.
Quanto dura
L’opzione vale per un massimo di 15 periodi d’imposta. Il contribuente può revocarla in qualsiasi momento. Se non paga l’imposta, anche solo in parte, nei termini previsti, il regime decade.
L’estensione ai familiari
Il beneficio può essere esteso ai familiari (coniuge, figli e altri parenti indicati dal codice civile) che si trasferiscono anch’essi in Italia e hanno gli stessi requisiti. Per ciascuno si paga un’imposta aggiuntiva, originariamente di € 25.000 annui e portata a € 50.000 dalla Legge di Bilancio 2026 per i nuovi ingressi.
Meno adempimenti: niente quadro RW, IVIE e IVAFE
Oltre al risparmio d’imposta, il regime semplifica la vita del contribuente. Chi vi aderisce è esonerato dal monitoraggio fiscale, cioè non deve compilare il quadro RW della dichiarazione, dove si indicano investimenti e attività detenuti all’estero. Inoltre non paga l’IVIE (imposta sugli immobili all’estero) né l’IVAFE(imposta sulle attività finanziarie all’estero). Il regime prevede anche agevolazioni sull’imposta di successione e donazione per i beni situati all’estero.
Ci sono però dei limiti. I redditi prodotti in Italia restano tassati con le regole ordinarie. Per i primi cinque anni sono esclusi dal regime anche i capital gain su partecipazioni qualificate.
L’interpello: chiedere prima all’Agenzia delle Entrate
Prima di trasferirsi, il contribuente può presentare un interpello (un “ruling”) all’Agenzia delle Entrate. In pratica chiede in anticipo all’Amministrazione di confermare che ha i requisiti. La procedura è facoltativa ma molto usata, perché dà certezza prima di una scelta di vita impegnativa. L’opzione vera e propria si esercita poi nella dichiarazione dei redditi relativa all’anno del trasferimento, o in quella successiva.
Perché proprio Milano e l’Italia
Per gli HNWI (High Net Worth Individuals, cioè le persone con patrimoni molto elevati) l’Italia offre una combinazione rara: un regime fiscale prevedibile, qualità della vita, cultura, buoni collegamenti internazionali e, a Milano, un ecosistema finanziario e creativo vivace.
Contano anche le scelte degli altri Paesi europei:
- Regno Unito: il celebre regime dei non-dom, a lungo usato dai grandi patrimoni, è stato abolito dall’aprile 2025 e sostituito da un sistema più restrittivo. Molti ricchi residenti a Londra hanno così cercato alternative.
- Svizzera: offre da tempo la tassazione “secondo il dispendio” (forfait fiscale), calcolata sul tenore di vita. Le condizioni però variano da cantone a cantone e non sono accessibili ai cittadini svizzeri.
- Portogallo: il regime per residenti non abituali (NHR) è stato chiuso ai nuovi ingressi nel 2024 e sostituito da un incentivo più mirato.
- Grecia: ha adottato un modello molto simile a quello italiano, con un forfait annuo di € 100.000, legato però a un investimento minimo nel Paese.
Rispetto a questi concorrenti, l’Italia offre stabilità del quadro normativo, una durata lunga (15 anni) e la possibilità di estendere il regime alla famiglia.
Opportunità o privilegio? Il dibattito
Gli argomenti a favore. I sostenitori ricordano che chi si trasferisce non sottrae gettito: senza il regime, molto probabilmente non sarebbe venuto. Ogni nuovo residente porta un’imposta fissa e spesso spese consistenti in immobili, servizi, ristorazione, istruzione e cultura. Spesso porta anche investimenti, attività imprenditoriali e filantropia. Per Milano l’indotto è visibile soprattutto nel mercato immobiliare di pregio.
Le critiche. Sul piano dell’equità fiscale le obiezioni sono serie. Un lavoratore dipendente paga l’IRPEF con aliquote progressive fino al 43%. Un miliardario neo-residente può invece pagare sui redditi esteri un’aliquota effettiva molto bassa, a volte vicina allo zero. Altri punti critici:
- la concorrenza fiscale tra Stati europei, che rischia di spingere tutti verso il basso;
- l’aumento dei prezzi delle case nei quartieri più ambiti;
- il dubbio che il regime premi la mobilità del capitale più di quella del lavoro.
Gli aumenti del forfait da 100.000 a 200.000 e poi a 300.000 euro mostrano che anche il legislatore ha voluto riequilibrare il rapporto tra attrattività ed equità.